Che cos’è un disturbo di personalità?

 Ognuno di noi possiede particolari “tratti di personalità” e modalità di relazionarsi agli altri e agli eventi, ma non sempre si possiede anche la flessibilità dell’assumere comportamenti e pensieri alternativi quando lo stile abituale risulta poco efficace o adatto alle esigenze quotidiane. Nel momento in cui questi tratti di personalità risultano inflessibili, persistenti e maladattivi, causando una consistente compromissione del funzionamento della persona ed una significativa sofferenza soggettiva, allora si configura un disturbo di personalità.

Le persone con un disturbo di personalità mostrano infatti modalità rigide e inflessibili di percepire, reagire e interfacciarsi agli altri e agli eventi, al punto tale che le relazioni con le altre persone divengono difficili, conflittuali o sono evitate, causando sofferenza significativa a sé e agli altri. La sensazione è quella di ricadere ripetutamente negli stessi errori e seguire un copione di vita molto rigido, come se si fosse impegnati in una recita continuamente ripetuta.

Tali modalità di percepire e comportarsi tendono ad instaurarsi durante l’adolescenza/prima età adulta in modo relativamente stabile. I soggetti affetti da disturbi di personalità sono solitamente inconsapevoli del fatto che i loro modelli di pensiero e comportamento sono disfunzionali. Cambiare sembra molto difficile perché si è fortemente convinti che non si possa fare altro che reagire nel modo abituale; per questo, solitamente, si tende a richiedere un aiuto psicologico riportando sintomatologie sottostanti il disturbo, come ansia, depressione, panico, abuso di sostanze, ecc…

Quali sono i disturbi di personalità, come si riconoscono?

 

 DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITÀ

Il Disturbo Evitante di Personalità si caratterizza da un profondo senso di inadeguatezza nella vita di relazione. Per evitare le esperienze dolorose, la sensazione di sentirsi escluso dagli altri, la disapprovazione o il giudizio negativo altrui, la persona con disturbo evitante di personalità tende ad avere una vita ritirata e priva di stimoli. Il confronto con gli altri comporta l’imbarazzo nell’approccio e il mantenere una conversazione, la sensazione di non essere visti, di non essere abbastanza interessanti, di non essere considerati. L’evitamento diventerà quindi un comportamento autoprotettivo, ma questo comporta anche la difficoltà di sviluppare le risorse e le abilità necessarie nelle relazioni, favorendo anche il mantenimento della convinzione di valere poco e di non essere in grado di stabilire o mantenere una relazione.

Nonostante il desiderio di avere un partner, di istaurare delle relazioni e di condividere esperienze ed interessi, le persone con disturbo evitante di personalità, preferiscono investire nelle relazioni abituali e rassicuranti, es. con i familiari più stretti. Nel momento in cui riescono a stabilire una relazione, tendono inoltre ad assumere un atteggiamento sottomesso per il timore di perdere l’altro e di ritornare ad essere soli.

Per vivere sensazioni positive e gratificanti, anche se momentanee, vengono coltivati interessi ed attività solitarie (musica, lettura, chat) che non implicano necessariamente un contatto con gli altri; in alcuni casi si ricorre anche all’uso di sostanze, in particolare l’alcool, per sedare il malessere interiore.

È possibile mantenere un discreto funzionamento sociale e lavorativo, organizzando la propria routine in un ambiente familiare e protetto; limitandosi a vivere relazioni ristrette, ma se il sistema di supporto cede, questo stile di vita può contribuire all’insorgenza di un quadro depressivo. L’umore depresso è una delle motivazioni che può spingere il paziente a richiedere l’intervento psicologico.

 

DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ

Il disturbo Dipendente di personalità colpisce con maggiore frequenza il sesso femminile e persone con un’età media superiore ai 40 anni. Viene considerato uno tra i più frequenti nei disturbi di personalità. Si caratterizza da una modalità di comportamento sottomesso, vulnerabile e dall’idea di non essere in grado di vivere in modo autonomo, di non riuscire a prendere decisioni e affrontare le difficoltà da soli. L’autostima e la fiducia nelle proprie capacità è molto limitata, compromettendo abilità e risorse personali.

Le continue richieste di rassicurazione sono un tentativo di minimizzare la possibilità che l’altro si allontani; viene quindi vissuto con molta sensibilità il timore dell’abbandono e la conseguente richiesta di continua vicinanza. Il timore di essere o di sentirsi abbandonati può portare allo sviluppo di emozioni come angoscia, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti eccessivi volti ad evitare l’abbandono, talvolta arrivando a fare cose sgradevoli o iper-investendo tutte le proprie energie, pur di mantenere la relazione con l’altro.

Il sentirsi profondamente soli, vuoti, profondamente inadeguati e incapaci di affrontare la vita e le sue difficoltà, il “non posso vivere senza qualcuno che si prenda cura di me” diventano stati prevalenti e molto autoinvalidanti.

L’iperinvestimento in una relazione, comporta solitamente una compromissione della propria vita lavorativa e delle relazioni sociali ed affettive in genere.

All’interno di un lavoro psicoterapeutico diventerà fondamentale incrementare il proprio senso di efficacia personale; il gestire stati problematici come la paura dell’abbandono, la sensazione di impotenza e inadeguatezza.

 

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO DI PERSONALITÀ

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità colpisce circa il 3-10% della popolazione, più frequentemente di sesso maschile ed è caratterizzato da: preoccupazione per l’ordine e per le regole, rigidità su questioni di etica e di moralità, forte adesione alle convenzioni sociali, perfezionismo, difficoltà a portare a termine i propri compiti, contrarietà a delegare, testardaggine, bisogno di controllo nel lavoro e nelle relazioni interpersonali.

Alcuni di questi aspetti possono rivelarsi particolarmente utili e funzionali in numerosi contesti di vita; ma qualora essi interferiscano con la capacità di lavorare e di coltivare relazioni intime, allora è opportuno diagnosticare la presenza di un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Spesso infatti chi ne soffre ha una dedizione eccessiva al lavoro, occupando gran parte del tempo in attività produttive elaborando schemi, liste e programmi relativi allo svolgimento di un compito, al punto da escludere momenti di svago e amicizie.

Può presentarsi ansia relativa all’eventualità che si verifichino catastrofi future; paura di essere disapprovati e giudicati negativamente; rabbia e ostilità verso gli altri e impossibilità e difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni ed i propri pensieri.

Il tema del fallimento personale è sovrastante, come anche il senso di colpa quando si pensa di non aver soddisfatto i propri standard.

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) prevalentemente per l’assenza di reali ossessioni e compulsioni. Chi soffre di DOC è tormentato da pensieri ricorrenti dal contenuto spiacevole e spinto a mettere in atto comportamenti ritualistici, riconosce come problematiche tali manifestazioni e desidera liberarsene; chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, invece, raramente prova disagio a causa delle proprie caratteristiche di personalità e, piuttosto, le considera altamente adattive.

All’interno di un percorso terapeutico si lavorerà insieme per apprendere strategie efficaci volte alla gestione di situazioni problematiche, oltre che favorire la flessibilità e abbassare gli standard di prestazione eccessivamente elevati.

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ

Tra i disturbi di personalità, il Borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica. Colpisce il 2% della popolazione, più frequentemente il sesso femminile.

Tra le caratteristiche principali emergono instabilità emotiva, sentimenti cronici di vuoto e noia. L’immagine di sé, l’identità sessuale, le scelte a lungo termine sono incerte e variabili. Si riscontrano marcati e repentini cambiamenti dell’umore: oscillazioni tra momenti di serenità e forte tristezza, tra rabbia intensa e senso di colpa, soprattutto in risposta ad eventi relazionali spiacevoli come un rifiuto, una critica o una semplice disattenzione da parte degli altri.

La reazione emotiva di chi soffre di questo disturbo è molto più immediata, marcata e duratura rispetto a quella delle altre persone (vulnerabilità emotiva), per cui gestire le proprie emozioni diventa molto più difficile (disregolazione emotiva). La vulnerabilità risente di fattori genetici e temperamentali e consiste nella tendenza a reagire in modo intenso e rapido di fronte a stimoli emotivi anche minimi.

Al fine di controllare questa forte emotività spesso si ricorre all’azione impulsiva, attraverso esplosioni di rabbia, litigi violenti, abbuffate, abuso di sostanze, promiscuità sessuale, spese sconsiderate. Possono anche manifestarsi agiti autolesivi (tagli, bruciature, ingestione di farmaci) o ancora tentativi di suicidio.

Il disturbo borderline di personalità è tra i disturbi più studiati. Il trattamento raccomandato dagli esperti per la cura di questo disturbo è la psicoterapia, eventualmente affiancata dalla farmacoterapia. La terapia dialettico-comportamentale (DBT) è una terapia validata e consiste in un trattamento di tipo cognitivo-comportamentale sviluppato da Marsha Linehan, in principio per individui cronicamente suicidari, ai quali è stato diagnosticato il Disturbo Borderline di Personalità.

Secondo Marsha Linehan, tra le cause di sviluppo alla base della disregolazione emotiva, vi sarebbe la crescita in un ambiente invalidante, ovvero un ambiente dove la comunicazione dell’esperienza interiore riceve risposte caotiche, inappropriate o estreme. Nel modello dialettico-comportamentale la disregolazione rappresenta l’elemento centrale in grado di spiegare i comportamenti impulsivi, il disturbo di identità e il caos interpersonale.

Il trattamento in ottica DBT consiste in una combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo per aiutare i pazienti a cambiare i propri pattern comportamentali, consultazione (coaching) telefonica e un team di consultazione tra terapeuti.

 

DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITÀ

Il disturbo istrionico di personalità è caratterizzato da un’intensa emotività e costanti tentativi di ottenere attenzione e approvazione altrui. Si denota forte disagio quando non si è al centro dell’attenzione e per questo si cerca continuamente di catturare l’interesse degli altri con atteggiamenti teatrali: esagerando episodi di vita, inventando delle storie, descrivendo in modo drammatico il proprio stato fisico ed emotivo, adottando atteggiamenti provocatori o seduttivi (adulazione, provocazioni sessuali, regali).

Sono persone che possono affascinare per il loro entusiasmo, l’ipersocievolezza, la tendenza a coinvolgere, l’ostentata sicurezza e la seduttività, anche se il comportamento seduttivo risulta inappropriato in alcuni contesti (es. in ambito lavorativo).

Focalizzarsi sull’approvazione altrui, piuttosto che sulle proprie esperienze interne, porta a considerare sé stessi solo in funzione degli altri, sperimentando uno scarso senso di identità personale.

Altre caratteristiche distintive di questo disturbo sono la facile suggestionabilità, l’intolleranza alla frustrazione, la ricerca di continue novità e considerare le proprie relazioni più intime di quanto siano in realtà (es. considerare un conoscente come un caro amico, fantasticare su conoscenti in modo romantico ecc…). La marcata dipendenza affettiva e la forte vulnerabilità al rifiuto e alle separazioni può portare la persona a ricorrere a comportamenti estremi, volti ad attirare l’attenzione dell’altro ma anche per evitare l’interruzione di un rapporto (promiscuità sessuale, gesti autolesivi, tentativi di suicidio).

Coloro che soffrono di questo disturbo possono compromettere le loro relazioni sentimentali, sociali e professionali e lo stile interpersonale teatrale può indurre gli altri a considerarli superficiali e non autentici. Così come le pressanti richieste di aiuto e accudimento, possono portare all’allontanamento di partners, amici e parenti.

 

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITÀ

Circa il 50-75% degli individui a cui è stato diagnosticato un disturbo narcisistico di personalità è di sesso maschile. La caratteristica principale del disturbo consiste nella tendenza a reagire in modo difensivo, attraverso atteggiamenti superbi e arroganti, nel momento in cui la persona si sente ferita e attaccata in merito al proprio valore personale. Le persone che presentano tale disturbo hanno alte aspettative sull’ottenere trattamenti di favore, sul ricevere approvazioni e lodi dagli altri per le proprie qualità uniche e speciali, rimanendo sconcertati quando non ottengono i riconoscimenti che pensano di meritare.

Spesso sono assorti in fantasie di illimitato successo, potere o amore ideale, invidiosi degli altri o convinti che gli altri siano invidiosi di loro. Considerano le proprie necessità al di fuori della comprensione e della competenza delle persone ordinarie, credono quindi di poter essere capiti e di dover frequentare solo persone prestigiose o di elevata condizione sociale o intellettuale.

L’altro viene idealizzato fino a che soddisfa il bisogno di ammirazione e gratificazione, per poi essere anche aspramente svalutato nel momento in cui emerge un conflitto.

Nelle relazioni tendono a mostrarsi emotivamente freddi e distaccati, talvolta incuranti delle loro osservazioni e considerazioni espresse con toni altezzosi o sprezzanti; dimostrandosi incapaci di riconoscere sentimenti e bisogni altrui.

Coloro che presentano un disturbo narcisistico di personalità hanno una percezione di sé esageratamente positiva; tuttavia, dietro la facciata altezzosa, si nasconde un senso di debolezza e inadeguatezza, nonché una bassa stima di sé, “smascherata” ogni volta che l’ambiente non fornisce l’ammirazione e l’approvazione attese.

Molto spesso gli individui che presentano un disturbo narcisistico di personalità intraprendono un trattamento psicoterapeutico nel momento in cui sviluppano stati depressivi diventati intollerabili. Fattori scatenanti di tali stati depressivi sono tendenzialmente relazioni problematiche o la rottura di esse; mancati riconoscimenti nell’ambito della sfera professionale, insoddisfazione per la propria vita, perdite o insuccessi che sminuiscono il senso di grandiosità, generando da una parte sconforto, sconfitta e fallimento, dall’altra vergogna ed umiliazione.

Nonostante l’alto livello di sofferenza sperimentata, la credenza che “chi sta male è debole oppure giudicato negativamente e sottomesso” può impedire di manifestare apertamente il proprio disagio e la conseguente richiesta di aiuto.

 

DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITÀ

Il disturbo antisociale di personalità viene diagnosticato a soggetti maggiorenni che, prima dei 15 anni d’età, presentano alcuni sintomi del disturbo della condotta. Questo disturbo è caratterizzato dal non riuscire a conformarsi alla legge, né alle norme sociali e si lega al compiere atti illegali (distruggere proprietà, truffare, rubare) e comportamenti immorali e manipolativi (mentire, usare false identità) traendone profitto o piacere personale.

Elementi distintivi del disturbo sono l’impulsività, l’aggressività e lo scarso rimorso mostrato per le conseguenze delle proprie azioni, si resta quindi emotivamente indifferenti e si tende, quando si presentano problemi di tipo legale o sociale, ad attribuirne le cause a mancanze degli altri, piuttosto che proprie, assumendo un ruolo di vittima.

È presente una marcata difficoltà ad assumere la prospettiva degli altri, non viene riconosciuta la sofferenza inflitta, da qui il distacco, l’indifferenza, il mancato senso di colpa. Le emozioni sperimentate più frequentemente sono la rabbia, l’irritazione, il disprezzo, il distacco, la noia, il piacere di dominare, l’euforia, la ricerca di novità.

Chi soffre di disturbo antisociale di personalità può mostrare un’eccessiva sicurezza di sé ma tale fiducia non si fonda tanto su una valutazione personale, piuttosto sulla diffidenza verso gli altri e il mondo, considerati come potenzialmente umilianti.

Si denota una noncuranza di sé, in particolare per la propria sicurezza, in quanto sono persone che mettono a rischio la propria vita attraverso comportamenti pericolosi come abuso di sostanze, guida spericolata, promiscuità sessuale. Nel rapporto con gli altri si è altrettanto negligenti.

La prevalenza del disturbo antisociale di personalità risulta di circa il 3% nei maschi e l’1% nelle femmine. Ha un decorso cronico, ma i comportamenti antisociali possono diminuire man mano che l’individuo diventa più adulto, in particolare dai 40 anni di età.

La probabilità di sviluppare un disturbo antisociale di personalità nella vita adulta aumenta se lo stile educativo nell’infanzia è stato incoerente, trascurante e abusante, se l’esordio del disturbo della condotta è precoce (prima dei 10 anni) e se questo è accompagnato dal disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività.

Chi soffre di disturbo antisociale di personalità di norma non richiede aiuto in quanto non ha consapevolezza di disagio e di malattia, solitamente si accede ai trattamenti psichiatrici a seguito di problemi con la legge. Sono pazienti che necessitano di un notevole contenimento emotivo e comportamentale.

L’ambiente contenitivo di strutture specializzate può creare le condizioni favorevoli per effettuare una psicoterapia, con gli obiettivi di favorire nel paziente il contatto con le proprie emozioni, la consapevolezza delle conseguenze del proprio comportamento su di sé e sugli altri, l’assunzione delle proprie responsabilità, il tollerare emozioni dolorose senza ricorrere ad agiti impulsivi o all’uso di sostanze stupefacenti.

 

DISTURBO PARANOIDE DI PERSONALITÀ

Il disturbo paranoide di personalità si distingue dalla tendenza, persistente ed ingiustificata, a percepire il mondo come ostile e interpretare le intenzioni, le parole e le azioni degli altri come malevole, umilianti o minacciose, ricercandone continuamente i segnali e i significati sottostanti. Le persone che soffrono di questo disturbo adottano di conseguenza un atteggiamento molto cauto, sempre in allerta.

Diventano polemici, ostinati e pronti a contrattaccare quando credono di essere criticati o maltrattati. Quando, invece, la sensazione che si vive è quella di essere escluso, non voluto ed emarginato dal gruppo, prevalgono emozioni di ansia, tristezza, senso di solitudine, con la conseguente tendenza ad isolarsi, a ritirarsi dal mondo.

La persona con disturbo paranoide può alternare quindi periodi in cui prevale l’ansia e la tensione, a periodi più rabbiosi e rancorosi o anche stati di depressione e abbattimento.

Diffidenza, sospettosità, gelosia, rancore, portano il soggetto ad avere atteggiamenti e comportamenti che non solo non incoraggiano gli altri ad approcci amichevoli o benevoli, ma al contrario, suscitano negli altri proprio il comportamento ostile o l’allontanamento temuti; confermando e mantenendo così la propria visione paranoide alla vita.

Generalmente sono i parenti a richiedere un aiuto psicologico, frequentemente per uno stato depressivo, l’isolamento sociale o problemi relativi a comportamenti aggressivi.

Nel disturbo paranoide di personalità la sensazione pervasiva di minaccia, non viene considerata come un vissuto soggettivo o un’ipotesi, ma come un dato di realtà assoluto e certo, da qui la difficoltà a distinguere tra mondo esterno (realtà obiettiva) e mondo interno (proprie idee e sensazioni) e quindi di distinguere il proprio punto di vista da quello altrui. All’interno di un lavoro psicoterapeutico, una presa di consapevolezza e una maggiore conoscenza dei propri stati interni offre non solo una maggiore competenza emotiva ma permette, in un secondo momento, di poter lavorare per migliorare l’incapacità di porsi nella prospettiva dell’altro e di distinguere tra mondo esterno e mondo interno. Sarà poi utile e necessario allenare il paziente a fornire nuove interpretazioni delle situazioni, dei comportamenti e dei pensieri degli altri, permettendo di migliorare le proprie difficoltà.

 

DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITÀ

Il disturbo schizotipico di personalità è caratterizzato da comportamenti insoliti o bizzarri e alcune “stranezze del pensiero”. Possono credere molto nella superstizione, nella chiaroveggenza, nella telepatia, o sentire di avere un particolare sesto senso, quasi dei poteri magici. Possono essere sospettosi e sentire che gli altri leggono in qualche modo i loro pensieri oppure avere esperienze percettive insolite, come il sentire la presenza di un’altra persona.

Chi soffre di questo disturbo tende ad isolarsi, preferisce perdersi in sé stesso e nel proprio mondo interiore fatto di relazioni immaginarie, fantasie, paure.

L’isolamento sociale è dovuto alla costante sensazione di sentirsi diversi, con un elevato livello di disagio e ansia provato nelle relazioni sociali. Agli occhi degli altri queste persone possono apparire strane, eccentriche e stravaganti nel linguaggio, nel modo di interagire, inappropriato e rigido.

Sono persone che tendono a non avere relazioni sociali ed interpersonali significative e difficilmente riescono a trovare lavoro o comunque a mantenerlo nel tempo.

In condizioni di stress elevato è possibile uno scompenso e la presenza di sintomi psicotici, in genere di breve durata. Questo disturbo colpisce circa il 3% della popolazione con una maggiore associazione di casi tra i parenti biologici dei pazienti schizofrenici; non è noto il rapporto di frequenza maschi-femmine. L’esordio avviene di solito nella prima età adulta.

Alcuni sintomi presenti in questo tipo di disturbo si possono ritrovare anche in altre patologie, è quindi in genere necessario rivolgersi a persone competenti che possano fare una diagnosi seria ed accurata.

La terapia risulta difficile, in quanto chi ne soffre non ne riconosce la necessità e raramente richiede aiuto. I pazienti schizotipici possono giovarsi di una psicoterapia a medio-lungo termine e, quando necessario, di un supporto farmacologico, per trattare le idee di riferimento e gli episodi psicotici o in presenza di stati depressivi importanti.

 

DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITÀ

Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato dalla difficoltà nello stabilire relazioni sociali e, soprattutto, dalla mancanza di desiderio nel stabilirle. Sono persone che hanno pochi amici stretti, non sono coinvolti in relazioni intime e scelgono lavori che richiedono un contatto sociale minimo o nullo.

Spettatori/osservatori della loro stessa vita e incapaci nell’esprimere sentimenti verso gli altri, a sentirsi partecipi e coinvolti; appaiono distaccati e freddi, estremamente riservati e indifferenti all’approvazione, alle critiche o ai sentimenti degli altri. La mancanza di desiderio e piacere ad avere relazioni con altre persone li porta ad isolarsi, a nutrire interessi astratti come la matematica, la filosofia; le relazioni restano quindi su un piano formale o superficiale. Scarso desiderio anche per le esperienze sessuali che sono rare, assenti o non appaganti in senso affettivo.

Non esistono delle cause certe e specifiche, ma parlando di possibili fattori di rischio, sembrano essere coinvolti fattori di vulnerabilità temperamentali presenti fin dall’infanzia come scarsa empatia, isolamento, stile deficitario nella comunicazione, sostanziale incapacità a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri.

L’esordio avviene di solito nella prima infanzia o comunque entro l’inizio dell’età adulta.

Le conseguenze più evidenti per chi presenta questo tipo di disturbo sono un eccessivo isolamento sociale, che può causare, una totale assenza di amicizie, ma anche problemi e difficoltà sul luogo di lavoro; possibilità di buon funzionamento solo in contesti sociali molto ristretti e stabili; difficoltà a rispondere in modo appropriato ad eventi importanti della vita;
assenza di piacere, sensazione di vuoto e di un’esistenza priva di significato.

 

Come è possibile intervenire nei disturbi di personalità?

La condizione necessaria per una terapia efficace è la costruzione di una alleanza terapeutica, creare un clima di reciproca fiducia e rispetto in una condivisione costante del percorso terapeutico. Il terapeuta si astiene dal giudizio e legittima le esperienze di sofferenza.

A partire dalla formulazione del problema, si vuole far capire al paziente che il suo star male ha un senso e che le proprie emozioni e comportamenti non sono indice di follia, ma derivano da timori ben precisi che sono mantenuti da circoli viziosi.

Nei disturbi di personalità la sofferenza si organizza in stati mentali problematici, ovvero modalità ricorrenti in cui si associano in modo stabile rappresentazioni, sensazioni, emozioni dolorose e scarsamente padroneggiabili, entrando a far parte di circoli viziosi.

Anche emozioni positive ricercate in modo coatto: dipendenza calorosa, gratificazioni narcisistiche, fuga in attività solitarie, diventano, nei disturbi di personalità, elementi di mantenimento di un equilibrio disfunzionale.

 

La terapia cognitivo comportamentale (CBT), in generale, cerca quindi di individuare pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali che caratterizzano la persona, con l’obiettivo di interromperne i circoli viziosi. L’obiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità.

Potremmo dire che la terapia cognitiva-comportamentale si orienta verso:

  • L’identificazione di emozioni, pensieri, comportamenti e scopi personali connessi;
  • L’interruzione dei circoli viziosi instaurati tra pensieri, emozioni e comportamenti in quanto fonte di sofferenza;
  • Validazione degli stati problematici come tristezza, vergogna, rabbia, senso di vuoto, solitudine… e valutazione di strategie e abilità più funzionali per la gestione di essi;
  • L’individuazione, messa in discussione e modificazione delle convinzioni disfunzionali circa sé stessi e gli altri;
  • La ricostruzione delle dinamiche interpersonali disfunzionali e superamento di esse a partire dalla modificazione della rappresentazione sé/altro e delle aspettative circa le proprie relazioni;

La terapia farmacologica può essere introdotta, come supporto alla psicoterapia, se il paziente presenta sintomi, che interferiscono con il funzionamento quotidiano e/o sociale e sempre in presenza di ideazione suicidaria (quindi sia nelle condizioni di abbattimento che di aggressività).

 

Nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale sono stati realizzati diversi programmi di trattamento per i disturbi di personalità. Tra i trattamenti che hanno mostrato prove di efficacia la terapia dialettico-comportamentale (DBT), idealizzata da Marsha Linehan, aiuta il paziente a regolare le proprie emozioni, abbassare l’impulsività e ridurre i comportamenti problematici disfunzionali.

La Terapia Dialettico Comportamentale standard, nasce per il disturbo di personalità Borderline, ma si è evoluta verso forme adattate per altre condizioni psicopatologiche (disturbi alimentari, dipendenze da sostanze, comportamento suicidario e disregolazione emotiva) basandosi su una solida base di ricerca empirica.

Come suggerito dal nome, la DBT si basa su una visione dialettica della realtà. L’assunto della filosofia dialettica riguarda il principio della polarità, secondo il quale la realtà non è statica, ma ogni affermazione (tesi) contiene intrinsecamente il suo opposto (antitesi), dalla cui integrazione (“sintesi”) scaturisce un nuovo sistema di forze contrapposte.

Non è quindi possibile considerare le parti di cui la realtà è composta senza prendere in considerazione la totalità in cui le parti sono in relazione tra loro. Ad esempio, attributi che definiscono caratteristiche (“buono/cattivo”) di una persona sono rappresentazioni all’interno di un contesto e non qualità essenziali della persona stessa.

All’interno del dialogo e della relazione, il terapeuta metterà in rilievo le incoerenze tra le azioni, le idee e i valori del paziente con il fine di aiutare ad elaborare un punto di vista unitario e coerente. La strategia fondamentale riguarda l’equilibrio dialettico tra accettazione e cambiamento.

Il trattamento in ottica DBT consiste in una combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo per aiutare i pazienti a cambiare i propri pattern comportamentali, consultazione (coaching) telefonica e un team di consultazione tra terapeuti.

Il trattamento in piccoli gruppi viene proposto a pazienti con disturbi di personalità o con altre patologie, accomunati da condotte di comportamento volte all’impulsività, alla disregolazione emotiva, alla instabilità delle relazioni interpersonali, dell’autostima e dell’umore.

Un gruppo di skills training è seguito da due terapeuti cognitivo-comportamentali ed è pensato come luogo di conoscenza e apprendimento favorevole di nuove abilità emotive, cognitive e comportamentali. È un intervento all’interno di una prospettiva di cambiamento, in quanto viene sperimentata un’esperienza relazionale correttiva, volta a stimolare la generalizzazione in relazione alle richieste ambientali.

Obiettivi nella Terapia Dialettica Comportamentale:

  • Riduzione dei comportamenti disfunzionali
  • Aumentare la capacità di regolare le proprie emozioni, tollerare lo stress ed instaurare relazioni significative
  • Incrementare abilità di Mindfulness; abilità di Efficacia Interpersonale; abilità di Regolazione Emotiva; abilità di tolleranza della Sofferenza
  • Promuovere la generalizzazione delle abilità acquisite all’ambiente naturale
  • Aumentare la motivazione
  • Costruire una vita degna di essere vissuta